Dorogie chitateli… (Cari lettori…)

A più di un anno di distanza riesumo questo blog. Quando il suo pensiero mi sfiorava me lo immaginavo un po’ come la carcassa un po’ scrostata di una vecchia automobile abbandonata, esposta per anni alle intemperie e con chiazze di ruggine tra la vernice. Ad essere sincero però, la ruggine me l’aspettavo sulle dita e tra le mie sinapsi: la data di quell’ultimo post, 3/11/2011 è davvero lontana e coincide con l’ultima volta in cui ho scritto qualcosa per diletto. Negli ultimi mesi ho scritto molto e scritto male e questo mi ha spinto a pensare che avessi perso la capacità di essere lucido a sufficienza per mettere giù 500 caratteri da affidare a cavi di fibra ottica.

Di recente però mi è capitato di leggere un libro, Limonov di Emmanuel Carrère che, come un fuochista che soffia a pieni polmoni sulla brace per rianimarla, ha risvegliato, dalla quiescenza in cui le avevo fatte sprofondare, due mie grandi passioni: i russi e le parole.

Ho aperto questo blog con una mia (ingenua) critica a Guerra e pace di Bondarchuk in un periodo di profonda crisi di identità. Del libro e del film quello che dovevo dire l’ho già detto. Se non lo sapeste però, in entrambi ho adorato il personaggio di Andrej Bolkonskij per la sua alterigia. In seguito però ho cominciato ad apprezzarne la natura di fallito e la sua eterna incapacità di decidersi tra l’essere un intellettuale illuminato, un ambizioso ufficiale dell’esercito russo, un eremita, un filantropo o un convinto patriota. Il suo tentativo di essere tutte queste figure lo porterà, di fatto, a non essere nessuna di esse. Forse ho amato il personaggio Limonov perchè gli somiglia molto, almeno sotto questo punto di vista. Voler essere tutto (soldato, bandito, poeta, esule, poi di nuovo soldato, politico e via dicendo) per, alla fine, non essere niente. Io credo che, come dicono gli autori che questi personaggi li hanno in senso più o meno lato creati, il fine ultimo di Bolkosnkij e Limonov sia la gloria e, tramite essa, passando per Shakespeare, l’immortalità.

Io mi riconosco in loro per la loro indecisione sul “posto da occupare nel mondo”. Non mi riconosco in loro per quanto riguarda il fine delle mie azioni.

In questo periodo sento di stare compiendo scelte per il semplice fatto che sono le azioni che fanno tutti: laurea, lavoro e il prossimo passo sarà il matrimonio e/o la prole. Niente di male, no?

Di male c’è che forse sto forzando la mia natura nel perseguire scopi che non sono i miei, ma quelli che mi sono stati imposti. Quello che mi chiedo quindi è dove sia la libertà di scelta in tutto questo. La scelta è tra fuggire nei boschi e diventare un abbruttito da stress?

Penso a tutto ciò da diverso tempo e la soluzione al dilemma non credo che esista. Ieri però ho invidiato  un ragazzo (italianissimo e dalle mani curate, benchè sporche) che, in metropolitana è entrato e sedendosi per terra ha cominciato a strimpellare qualche canzone di De Andrè. Gli ho regalato un euro. Non l’ho fatto per compassione come mi succede di solito con altri ragazzi, miei coetanei, che di diverso da lui e da me hanno l’origine e la minore possibilità di scelta; non ho pensato al suo stomaco vuoto e al fatto che un ridicolo sacrificio per me equivaleva a un patimento in meno per un essere umano.

L’ho fatto per me.

So che non necessariamente quel ragazzo si alzerà tutti i giorni convinto della scelta che ha fatto, ma io ho, egoisticamente, voluto dare il mio contributo alla scelta di libertà di un uomo forse nella speranza che un giorno, quando avrò dato alla mia esistenza una direzione più affine alla mia volontà (il che presume che la mia volontà si palesi, un po’ come una divinità in un’illuminazione mistica), qualcuno farà lo stesso per me.

Per ora, c’est tout. Sappiate però che avrò ancora molto da dire su Limonov.

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