Spanish revolution è una new wave

Io capisco che in Spagna in questo momento ci sia un certo scoramento, soprattutto trai giovani: sentire di licenziamenti e disoccupazione da tutti i propri amici dev’essere difficile, specie se questo avviene appena dopo un periodo d’oro, com’è stato l’ultimo decennio pre-crisi in Spagna.

Ignoranza personale o sa Dio che cosa, fatto sta che comunque non riesco a solidalizzare più di tanto con questi giovani. A) Perchè mi ricordano qualcosa a mezza via tra Beppe Grillo e la “Onda”, il movimento studentensco sorto contro tagli e riforme operate tra Ministero del Tesoro e quello del’Istruzione, finito nel dimenticatoio come tutti i movimenti politici giovanili nati su di un’emergenza e morti con essa; B) perchè i movimenti studenteschi e giovanili spesso vivono solo per sè stessi non essendo portatori di vere esigenze o istanze concrete, quanto di richieste, spesso assai generiche, di cambiamento e per questo motivo finiscono per sciogliersi come neve al sole quando la voglia di sbattersi e sacrificarsi di qualcuno comincia a venire meno C) Perchè mi vien da pensare, forse un po’ semplicisticamente, “chi è causa del suo mal, pianga sè stesso”, dato che coi problemi di deficit che affliggono la Spagna in questo momento, e già da un paio d’anni, sono giunti in porto i tentativi di ridurre il deficit pubblico e la popolazione ha protestato sonoramente, senza capire che la questione era o tagli o default, e che negli ultimi anni hanno vissuto decisamente al di sopra delle loro reali possibilità.

Vedrei molto più di buon occhio questo movimento se gli Indignados riuscissero a superare le barriere geografiche e sociali che caratterizzano la società spagnola.

L’argomento tuttavia è molto interessante e la situazione spagnola andrebbe studiata bene perchè ricorda molto da vicino quella italiana sotto certi aspetti, come si diceva durante Tutta la città ne parla del 19-05. Il concetto di fondo espresso negli interventi è che un paese unito come la Germania ha affrontato compattamente le difficoltà che si sono presentate nel 2001, cioè la crisi del settore informatico e l’emergere delle prime sfide poste della globalizzazione, elaborando strategie di lungo periodo che nel breve hanno penalizzato (e non poco) alcuni settori della società, in cambio della consapevolezza che ciò sarebbe in seguito andato a tutto vantaggio dell’intera società tedesca. I risultati sono sotto gli occhi (e nella bocca) di tutti.

Viceversa, in Spagna come in Italia, è molto più frequente vedere una lotta all’ultimo sangue per accaparrarsi risorse tra diversi settori, per cui l’assegnazione e la ripartizione di queste risorse non solo non risponde a esigenze strategiche di lungo periodo, ma spesso segue logiche meramente politiche che poco hanno a che vedere con l’efficienza, ovvero con la parola destinata a marcare il secolo XXI in tutti i campi della nostra vita.

Altra cosa che mi infastidisce e non poco di questa revolucion è che molti spagnoli accusano Zapatero di essere responsabile di tutto ciò, quando invece la Spagna aveva intrapreso già da anni prima il modello di sviluppo che l’ha portata al tracollo odierno. Un’economia basata sulla speculazione edilizia e finanziaria al primo soffio di vento viene spazzata via a prescindere da chi guida il governo. Hanno poco di che lamentarsi riguardo alla crisi con Zapatero, visto che questo modello di sviluppo li ha resi contenti per almeno due decenni, facendoli arrivare persino a strillare di un fantomatico sorpasso sull’Italia per quanto riguarda il pil procapite (sorpasso che già allora il buon Romano Prodi descriveva come un fuoco di paglia).

Ora sono solo curioso di vedere dove arriverà questa nuova onda, se andrà a ridisegnare il panorama della costa su cui si infangerà o se andrà a sbattere sugli scogli e a rinculare verso l'”oblitorio” subito dopo.

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