Niente di serio.

Se il mondo è un palco e noi siamo gli attori che vi recitano,  ciò che recitiamo, la nostra vita, non può essere altro che una commedia. Non può essere che una commedia perchè ogni nostra singola azione ha un lato comico, più difficilmente un lato tragico. Commedia sia, dunque. Grottesca a volte, certe altre amara, in genere patetica. Insomma, niente di serio.

In questo spazio libero parlerei volentieri di politica, religione, letteratura, calcio e musica, ovvero di quelle che sono le grandi passioni di molti, oltre che mie. Tuttavia trovare un senso a questa mia volontà mi è difficile. Uscire dalla banalità e dagli stereotipi che la maggior parte dei blog racchiudono non è facile e se non posso essere diverso, preferisco semplicemente non essere. Se non posso dire cose originali, preferisco tacere. O almeno mi piace pensare che quello che dico quando non taccio sia veramente originale.

Ed è per questo che ho adorato il personaggio, a quanto pare inviso ai più, del Principe Andrej Bolkonskij di Guerra e Pace. Perchè mi ci sono sostanzialmente identificato.

Personaggio snob, umorale, capace del massimo della causticità (incontro con Pierre prima della battaglia di Borodinò) e poche ore dopo del massimo della pateticità (quando, ferito durante la battaglia, pensa a Natasha). Un personaggio da tutto o niente, descritto e creato totalmente in bianco e nero, privo delle sfumature e delle indecisioni del pacioso iracondo Pierre.

Il principe Bolkonskij è un personaggio in cui mi sono specchiato (anche un po’ vanitosamente, forse) sia per la costante ricerca della “diversità” che lo caratterizza nella prima parte del romanzo, sia per il ritiro dalla vita degli uomini che vive dopo la morte della moglie Liza. Per richiamarlo nel mondo degli attivi è necessario l’incontro con Natasha, un incontro catartico che credo sia il sogno di ogni uomo attardatosi su romanzi dell’800 romantico.

In tutto questo c’è poco o niente d’inerente alla mia biografia, solo la mia vanità e la vanità dei miei sogni, nei quali io assomiglio veramente a un uomo tutto d’un pezzo come il Principe Andrej.

Mi ha impressionato delle descrizioni di Tol’stoj di questo personaggio il continuo alternarsi tra uno stato emotivo e  un altro. La sua forse è la vita più bella di tutto il romanzo perchè la più inutile. Solo alla fine si rivela (anche a lui stesso, e in questo modo Tol’stoj sfonda con un coltello la cornice che separa la trama e la sua narrazione) per quello che è, ovvero un personaggio fine a sè stesso, nella cui vita non è riuscito a fare quasi niente, nemmeno a sposare Natasha.

A differenza di Pierre e di Natasha, simboli di redenzione dal peccato e dalla debolezza, come testimonia il ritratto della loro vita familiare dell’epilogo; a differenza del Principe Vasilij e di tutta la famiglia Kuragin, che non lascerà mai lo squallore con cui Tol’stoj la dipinge fin dalle primissime pagine; a differenza di Berg e Boris, di Vjera e della Principessina cugina di Pierre, che rimarranno sullo sfondo come prototipi di uomini di contorno, estranei a ogni grandezza umana; a differenza di tutti questi personaggi, brilla come una gemma la figura del Principe Andrej Bolkonskij, brilla per la propria inutilità.

Per le immagini dei personaggi, ho trovato quasi perfetta la scelta degli attori fatta da Sergej Bondarchuk per il suo Guerra e Pace degli anni ’60. Un capolavoro assoluto del film in costume, e non solo. Diffidate delle imitazioni europee e americane, la letteratura russa può essere resa solo da attori e registi russi. Forse è proprio questo uno dei segreti della famosa russkaja dusha (anima russa), su cui tanto si sono affannati tutti i grandi di Russia.

Diffidate in particolare di squallide trasposizioni come quella che vede protagonista Audrey Hepburn o quelle più recenti in cui si sono cimentati registi di quasi tutti i paesi. Oltre all’impossibilità di (comp)rendere l’anima russa, tutti questi altri tentativi portano il peccato originale della loro scarsa durata: Bondarchuk ha reso meno di un terzo del libro in 7 ore e spicci di montato; gli altri registi, se si sono degnati di leggere il libro, sapevano perfettamente che in 2 ore non potevano pretendere niente più che un’acquerello per scopiazzare un Van Gogh, eppure hanno offerto al mondo queste versioni ridotte puntando solo sul nome dell’opera e niente sulla qualità di quest’ultima, in pieno stile USA. Se vi piacciono queste versioni, ebbene tenetevele. Non cederei un sorriso di Ljudmila Saveleva per dieci Audrey Hepburn.

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